Dimenticarsi del Covid

Quanto resterà il coronavirus nella nostra memoria collettiva? L’influenza spagnola, che pure ha causato diverse milioni di morti solo un secolo fa, è stata quasi dimenticata. Accadrà lo stesso, nonostante i numerosi e vasti cambiamenti che la pandemia ha provocato?

 

Siamo alle prese con una nuova ondata di Covid, stando ai dati che arrivano – ma attenzione: non si tratta affatto della replica del 2020 – e forse sarà il caso di vaccinarsi di nuovo, soprattutto per evitare le fastidiose conseguenze del cosiddetto long covid.

Nel frattempo, nell’ultimo romanzo di Stephen King uscito a inizio settembre, “Holly“, si parla molto di Covid: la storia infatti è ambientata negli Usa nel 2021, quando il coronavirus era ancora piuttosto diffuso, in una società, quella statunitense, piuttosto divisa politicamente su Trump etc e anche sulla stessa natura del virus e delle misure da adottare.

Ma quanto resterà il Covid nella nostra memoria collettiva? Già oggi, il 2020 sembra un periodo lontano, che molti sembrano ansiosi di cancellare, per esempio riprendendo a viaggiare per turismo o partecipando a eventi di massa come i concerti, che si sono moltiplicati, anche a Roma. Contemporaneamente, il ritorno massiccio del traffico automobilistico farebbe pensare che lo “smart work”, che sembrava una conquista acquisita del lockdown per promuovere il bilanciamento tra lavoro e vita personale/familiare, sia per qualcuno una modalità da consegnare al passato (ovviamente a Roma pesa pure l’inefficienza del trasporto pubblico nel fornire un valido incentivo, nonostante gli aumenti dei prezzi dei carburanti). 

Ma in realtà quello che stiamo vivendo, dalle disfunzioni delle catene di rifornimento a livello globale al fenomeno delle “grandi dimissioni”, è legato in gran parte proprio al Covid. E seppure in tanti ironizzano sulla “nuova normalità” che avrebbe fatto seguito alla pandemia, le differenze rispetto a “prima del Covid” ci sono eccome. 

Questo ovviamente non significa che non possiamo preferire di dimenticare il più possibile il Covid.
La più grande (e grave) pandemia della storia moderna è avvenuta soltanto un secolo fa, eppure non ne serbiamo un ricordo collettivo, istituzionale. Più spesso, la “spagnola” è legata alle memorie familiari, oppure è più simile a una sorta di “rumore di fondo”, anche se negli ultimissimi anni è aumentato l’interesse degli storici per il tema. Lo raccontava nel 2017 Laura Spinney nel suo “Pale Ride” (in italiano tradotto da Marsilio come “1918. L’influenza spagnola”) dopo il successo dell’avvincente “Spillover” di David Quammen).

Uno dei motivi per i quali la “spagnola”, con le sue tre ondate di contagio, è stata in gran parte rimossa, è la simultaneità con la parte finale della I Guerra Mondiale (che contribuì probabilmente ad alimentarla con i grandi spostamenti di persone dell’epoca). La guerra, stando a un calcolo puramente formale, fece meno morti della pandemia. Ma la storiografia tradizionale, istituzionale, racconta i conflitti, le tensioni tra gli Stati e i leader, la politica, mentre tende a trascurare certi fenomeni ambientali, sanitari, talvolta anche quelli sociali. E così è andata anche per la I Guerra Mondiale e la “spagnola”.

Per dire, c’è voluta un’opera come “Il destino di Roma” di Kyle Harper (uscito in Italia nel 2019) per avviare una discussione più vasta sulla possibilità che la caduta dell’Impero Romano sia da attribuire anche, in misura più o meno consistente, al cambiamento climatico, e non esclusivamente a lotte dinastiche o a questioni geopolitiche.

Per noi la guerra in Ucraina, scoppiata a inizio 2022, potrebbe contribuire ad accelerare il fenomeno della dimenticanza.

Certamente conta anche il fatto che una grave malattia non sia un ricordo piacevole, e che la nostra civiltà negli ultimi secoli ha preso sempre più rapidamente le distanze dalla morte, in misura proporzionale agli sviluppi della medicina e all’allungamento dell’aspettativa di vita. La morte è considerata in sostanza come un’ingiustizia, qualcosa che va bandita dall’orizzonte dell’umanità. Di qui, la sua negazione, la fretta di dimenticare.

Eppure, anche leggendo il libro di Spinney sulla Spagnola, si intuisce che quella malattia può aiutarci a capire qualcosa, e che certi fenomeni sembrano ripetersi, pur con le dovute differenze. La messa in crisi della scienza medica, che pure a inizio del Ventesimo secolo aveva conosciuto una forte accelerazione, ma che non aveva ancora i mezzi per rintracciare i virus e che fu intrappolata in numerose polemiche tra scienziati. L’esplosione delle “fake news” sull’origine della malattia e sui rimedi per curarla.

La discussione sull’utilità di misure igieniche di base e di distanziamento sociale, e anche sulla necessità di chiudere o meno le scuole (a New York per esempio si ritenne che chiuderle sarebbe stato peggio, almeno per la salute di una parte dei bambini che ricorrevano alle mense scolastiche. E, sempre a New York, per un certo tempo gli immigrati italiani furono ritenuti “untori”).
Temi che tornano, forse anche perché non sono stati risolti davvero nel frattempo.

 

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