“Esterno notte” sembra fatto apposta per scontentare tutti tranne Bellocchio

La vicenda del rapimento e l’uccisione dello statista Dc ossessiona da anni il regista. La sua tesi sembra essere quella che le Br volessero liberare Moro, ma che qualcuno nello Stato lo ha impedito. Ma i tormenti dei politici, che alla fine vengono di fatto assolti, sono superficiali.
 
“Esterno notte” sembra fatto apposta per scontentare tutti tranne Marco Bellocchio. Scontenta gli amanti della precisione ricostruttiva – il telefono nella macchina di Aldo Moro ne è un esempio – quelli delle rivelazioni sconvolgenti, i pasdaran del “è già stato detto tutto”, probabilmente anche i protagonisti dell’epoca, che qui vengono reinterpretati in una chiave di aspettative e fallimenti probabilmente più vicine alle esigenza della scrittura che alle loro vite.
Tra Dario Fo e Paolo Sorrentino. La cifra stilistica di questo racconto, in cui il papa masochista di Toni Servillo somiglia molto a The Pope di Sorrentino, è fatta di chiaroscuri di maniera spezzati di tanto in tanto dalla cronaca teatrale che rimanda alla materialità delle scosse incisive nel racconto, come d’improvviso saltano fuori nei testi e nei lavori di Dario Fo.
 
È evidente che il caso Moro è l’ossessione di Bellocchio: ma se così è, sarebbe stata interessante una fiction su Bellocchio e il caso Moro più che una soltanto sul caso Moro. La luce, poca, delle riprese è un po’ il riflesso del tormento di Bellocchio. E l’illuminazione non arriva mai. Probabilmente neanche a livello interiore.
 
Ma cosa vuole Bellocchio da Moro? Vuole capire, come se da solo incarnasse uno choc da cui non si è mai ripreso l’intero Paese; ripropone ciclicamente una riflessione sulla vicenda. Bellocchio frequentava ambienti vicini ai terroristi: tutti, a dire il vero, in quegli anni avevano contatti e contiguità. La versione dei fatti quasi certamente arrivata al regista è che le Br volevano liberare Moro e che nello Stato qualcuno l’ha impedito.
Per dimostrare questa tesi, in cui infatti sono molto ridotti i ruoli dei terroristi, avvolge con il chiaroscuro, narrativo e di luci, i principali protagonisti, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, fino quasi ad assolverli. Loro soffrono, sono tormentati, la decisione, ci dicono le immagini, è molto oltre di loro, oltreoceano.
 
Però, anche i tormenti dei politici sono superficiali. Macchiette. Frasi che ricorrono ogni anniversario del rapimento e della strage. Alcune interpretazioni sono un po’ grossolane, ma si capisce che quella è stata la richiesta del regista: basito, F4, guarda in basso a destra macchina, guarda in basso a sinistra macchina, buona!
Insomma, 6 ore di psicoanalisi per Bellocchio pagati con i soldi pubblici possono sembrare un po’ troppi. L’incombenza che né il regista né i suoi riferimenti psicanalitici riescono a rendere credibile è la volontà su tutto, il destino ineluttabile di volontà superiori a quella di uomini e donne fisici di determinare la realtà
 
Se nei precedenti lavori aveva umanizzato i brigatisti, in questa serie Bellocchio umanizza i protagonisti della Dc, accerchiati anch’essi da “volontà” superiori. Andreotti vomita, Cossiga ha le sue crisi già note, Benigno Zaccagnini ed Enrico Berlinguer sono semplici comparse della storia.
Qualche cameo gustoso – quello di Miguel Gotor – tocchi di leggerezza sparsi con estrema parsimonia, soprattutto negli sguardi di papa Servillo, l’incombenza e ineluttabilità del male che primeggia su tutto. Non c’è speranza. Un male non ristretto al caso Moro ma alla pratica del governare, “Il Principe” di Machiavelli in sei puntate di un’ora ciascuna.
I protagonisti dell’epoca sono tutti assolti in sostanza, i buoni come i cattivi. C’è una volontà sulle teste di tutti che impedisce a ognuno di compiere le sue scelte liberamente. Può piacere o meno, ma la sostanza del messaggio è questa.
 
In ogni caso è una serie fatta molto bene cinematograficamente e che potrà essere utile in futuro come documento per avvicinare i più giovani al caso Moro. Per i più vecchi, un’altra aspettativa delusa. Per tutti, lo scampato pericolo di una riflessione sulle responsabilità reali dello Stato sul caso Moro.

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